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Antonio Casto

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08 marzo

Io e la cacca (specchietto per allodole, ma non tanto), including: I miei draghi; dal Natale fuori luogo alla musica alla montagna

 

Mi ha sempre accompagnato, in realtà, l’idea di un complotto di molti ai miei danni, la sensazione netta che tutto quello che vedo è altro da quello che accade dietro i muri; dico che mi ha sempre accompagnato perché a tratti la memoria mi rimanda ricordi dell’insipida infanzia che ho avuto, e, sebbene se me lo si chiedesse l’avrei sempre presente, solo di rado ricordo consciamente quando da bambino fui portato in ospedale e ci rimasi senza che abbia mai potuto sapere con certezza per quale motivo.

Questo è un ricordo che si lega sempre all’idea fissa che avevo, e che a volte appunto mi torna ancora, secondo la quale i miei erano draghi, delle sorte di mostri che mutavano orribilmente aspetto ogni volta che giravo l’angolo di una stanza, e mi prendevano in giro, e spiavano, e aspettavano cautamente qualcosa di indeterminato. Mi dispiace che detto così sembri una cosa divertente, ma parlo seriamente. Era una cosa che dai miei genitori ovviamente si estendeva a tutti quelli a cui loro rivolgevano la parola, e da questi ad altri. Se sotto i miei occhi, sopra la mia testa di infante due persone si scambiavano un sorriso, era segnale certo che operavano di nascosto contro di me. Non era un’ossessione paranoica, quantomeno non ne aveva le caratteristiche che oggi conosco assai meglio: era una pacata certezza, contro cui, a dire il vero abbastanza indifferente, non agivo in nessun modo, se non con una certa ritrosia nel contatto con gli altri, spesso intesa come vergogna quando non era che sicurezza di un’esistenza nemica. Quando ci penso oggi, mi sento sempre molto soddisfatto, perché non mi viene più da cercare in cose esterne certi miei sistemi di pensiero, ma mi si dimostrano automaticamente innati, costituzionali, fisiologici.

Questa storia, su cui potrei ancora dire qualcosina ma su cui taccio per lasciare ancora qualcosa alla mia dignità, si concretizza sempre nell’episodio a cui ho già accennato, di quando finii all’ospedale, non so a quanti anni (si trattava di una cifra sola, comunque), e non so quanti giorni dopo, pochi comunque, tornai a casa.

L’immagine vera e propria che ho è la visuale capovolta, come di uno che gira la testa al contrario su un lettino, dei miei che salutavano mentre uno in bianco mi anestetizzava. Mi hanno lasciato il peluche della scimmia che adoravo, e io, contro ogni mio principio etico, gliel’ho buttata addosso. E’ stata la prima volta nella mia vita, e grossomodo l’unica, anche, in cui ho apertamente urlato delle parolacce davanti a loro, e a loro rivolte. Ovviamente non mi interessava insultarli, ma godevo enormemente a recepire la figura di merda che sentivano di stare facendo davanti al dottore, o ai dottori. Sevizie meravigliose che i bambini possono permettersi. Comunque, mi sono addormentato.

Le uniche altre informazioni che ho al riguardo è che fino a quattro anni sono stato un bamboccio grasso da impazzire (difficile a credersi oggi), dopodiché sono di punto in bianco dimagrito, e che fino ai dieci, undici anni soffrivo di titaniche emorroidi e desertiche stitichezze. Se collego questi rimasugli, ne viene fuori un’abominevole deduzione: rettoscopia.

Pongo qui la pietra prima del mio rapporto con le feci e l’atto della defecazione. Qualcosa è successo, in una sala d’ospedale di molti anni fa, che mi ha irrimediabilmente collegato alla merda, in molti sensi.

Dunque, soprassediamo. Non ingrassai più, al contrario presi a dimagrire, fino al punto che finii di nuovo da più di un dottore, il quale non poteva che replicare con:- Abbuffatelo.- (una di queste visite la ricordo). Sulla cacca non so più niente per un certo periodo, ma le immagini rifioriscono attorno alla metà delle elementari, dove si staglia netta una di quelle perette, rosse, grandi, piene di roba che ti finisce in culo atta a sciogliere blocchi marmorei di resti metabolici. Credo che le perette mi accompagnarono per un certo periodo, assieme all’idea del momento della defecazione come un atto doloroso, miserevole, maledetto. Poi c’è stata la stitichezza semplice, che è durata, ricordo, grossomodo fino alle medie. L’Era delle Perette è finita dunque quando ho cominciato a lavarmi il culo per conto mio, mentendo così ai miei sulla difficoltà della mia defecazione. A ben vedere, la mia stitichezza è finita quando ho smesso di parlare al mio procreatore biologico di sesso maschile.

Non credo, tuttavia, che senza la stitichezza avrei mai potuto apprezzare veramente quel meraviglioso momento in cui partorisci fisicamente qualcosa di tuo, solido (nella maggior parte dei casi). Dopo settimane in cui cacavo una volta ogni quattro giorni, e sempre facendo venire fuori dal culo direttamente l’intestino retto a depositare la merda tanto lo sforzo, arrivava una di quelle cacate in cui, quasi senza accorgermene, mi sedevo e tutto filava via quasi meccanicamente. Era una sensazione da paradiso, ed era spesso infatti la contentezza che fosse andato tutto letteralmente liscio a spingermi alla masturbazione, un modo per festeggiare, o per premiarmi, diciamo.

Dopodiché cacare è diventata una cosa normale, ma non appena dimenticavo la fortuna di non aver avuto difficoltà si ripresentavano a volte momenti di nuova severa stitichezza.

Siccome certe volte penso, anche dai bei finali mi faccio scaturire temibili conseguenze: per fare un discorso generale, cacare è bello, fisicamente, senz’altro, filosoficamente, per la concentrazione assoluta del momento, come se si prendessero i pensieri cattivi dalla propria testa e li si buttasse via, purificazione mentale, tramite purificazione fisica; concentrazione anche mentale, del momento transitorio, dell’immediato prima (più spesso dopo): sul cesso puoi studiare, capire una canzone, una poesia, scriverla, formulare un concetto, ideare senza difficoltà, e col massimo dell’ispirazione, un intervento come questo; il cesso è poi il luogo della scoperta della propria sessualità (leggi: seghe). Insomma, mi sono detto, defecare è veramente più di un orgasmo. Allora il collegamento atroce: ma avere questo cilindro di merda che scorre dentro e fuori al culo, non è come averci un cazzo dentro? Orrore anale: non sarà che tutto quello che ci piace del cacare è avere una bella roba su per il culo? Perché, insomma, credo sia proprio lo stesso. A furia di girarci attorno, e cercare negazioni a quest’accostamento, non ho avuto che conferme, come al solito bastardamente avvalorate dalla fisica, che anzi ha suggellato il paragone con la terza legge della dinamica, che se applicata alle due masse uomo-feci consente di tramutare l’atto della defecazione in sesso anale vero e proprio (considerazione che mi sembra di aver già citato in qualche intervento).

E insomma, cacare, credetemi, è mistica metafisica unione con l’Altissimo, per quale esatto motivo è meglio non sapere.

 

Sono riuscito ad avere un album di Ambrogio Sparagna. Non appena ho trovato un po’ di tempo libero, l’ho fatto galleggiare per la stanza. Non mi ero reso conto (non avevo voluto, più che altro) che si trattava di una raccolta di canti (tipici popolari italiani) di Natale. Mi sono così trovato immerso, all’inizio di marzo, in un intreccio (veramente straordinario, che sia chiaro) di zampogne e canzoncine di fine anno. Che fosse marzo ha cominciato a non significare più nulla: è veramente portentoso il potere di certa musica, se e quando fatta a dovere, e risulta evidente e consequenziale che sia assunta a maestra di ogni altra arte non solo da qualche romantico di due secoli fa, ma da scrittori, teorici, e sempre da filosofi. E’ il mezzo meno artificioso di tutti to escape con mollezza, gradatamente e ad occhi socchiusi, o al contrario d’improvviso, come lo squarcio di una ferita nella realtà, da ogni percezione dell’istante. Non ci mettiamo occhiali scuri (“non ci sono gli occhi”, sento dire Ferretti), non cambiamo posto, non fumiamo niente, e dal mezzo passivo per eccellenza dell’udito lo stesso comunque si scioglie tutto attorno e siamo nella musica, siamo noi stessi, musica, senza corpo, finalmente – senza aspettative di realtà e percezioni, dunque.

Non avevo ancora finito di burlarmi di me per il misunderstanding dopo le prime note, che già tutt’un’altra roba mi s’apriva davanti: ho realmente percepito, come se mi ci trovassi di fronte, gli odori caldi e lenti delle ginestre di montagna, del fumo dei camini, del freddo che viene dalle fessure, i fuochi che avevo assaggiato ad Orsara, i profumi delle altezze dove nevicare è normale.

Ho un profondo risentimento nei confronti dei “montagnoli”, come si dice. Non sopporto che il caso determini per loro condizioni di vita tanto favorevoli al giorno d’oggi, mentre alcuni sfigati devono nascere in una valle sotto il livello del mare, dove la pressione è alta e la gente curva. Bastano poche centinaia di metri, invece, e hai meno carico d’aria sulle spalle, polmoni forti pronti a strappare qualsiasi percentuale d’ossigeno senza difficoltà, la cacca esce meglio con la pressione più bassa, i brufoli suppurano più velocemente; la possibilità della neve ha, tutto l’anno, la tangibilità della certezza, e il freddo è amico niente affatto avversato, e la gente ci convive senza lagnarsi, come ora io con la porta del balcone aperta mentre fuori piove. Il freddo condensa la materia, gli impulsi elettrici viaggiano solo se necessario, nessuno grida o anche solo parla a vanvera se non ne ha motivo, l’entropia si può misurare; uccidersi superando il guardrail di un tornante e lanciandosi in basso acquista quasi un senso poetico; le tradizioni non sono bigotterie da spocchiosi ignoranti, prendono invece i colori e la ruvidezza del vissuto antico incarnato in un presente che vive benissimo, comunque, e si adatta anzi meglio degli altri, che invece, spaesati ad ogni istante, rarefanno le energie alla ricerca dell’evento giusto. Gli infiniti granelli di sabbia di un deserto sterile, la punta acuminata di una cima nel disegno di un bambino. La PFM è andata a Deliceto, mesi fa. Ho appena firmato un contratto: se è vero, verrà pubblicato un romanzo vecchio, di pianura, di avvallamento. Non toccherò mai la montagna.

06 gennaio

Estemporanea a Fabrizio; due appendici di confusione

 

Ho sognato Fabrizio De André. Non esattamente, in realtà: ero ad un suo concerto, aspettavo fuori dai cancelli, in uno di quei posti che sono conosciutissimi, nei sogni. Un po’ fuori città, come capita a certi palasport. Ero con qualcuno che conoscevo, e aspettavamo che ci facessero entrare. Dentro, erano tutti seduti, il luogo era smisurato. C’era la Pici, c’era la Ricciardi, c’erano, chissà perché proprio lì, alcune di quelle amiche di Fulvio gommose di cervello, c’erano molti vecchiacci pseudo-intellettuali, stranamente non c’era Marsilio Ficino, che in genere ci sta sempre, c’era un gruppo di neofascisti con le mazze da baseball pronte, c’era tutta un’umanità seduta ad aspettare. Ma Fabrizio è morto, era morto in quest’immagine da sogno così com’è morto ora mentre scrivo, e come lo rimarrà a lungo; e non credo che abbia affatto intenzione di resuscitare, per più di un motivo, per quanto, se ne avesse la possibilità, sentirebbe forse la mancanza di questo mondo sporco e sudicio di uomini, cattivi, amanti, e disperati tutti.

Chiedevo di sedermi ad una ragazza brutta e allampanata, e non succedeva niente, mi sedevo e potevamo parlottare in attesa dello spettacolo, qualunque esso fosse stato. Io potevo dirle di essere già stato ad un suo concerto; sulle labbra mi rimaneva da dire “quando era ancora vivo”, ma qualcosa me lo impediva, forse non ancora era successo. Da un’entrata dietro di me arrivava Rossella; la ignoravo. Entrava una ragazza che mi piaceva, e impazzivo alla ricerca di qualcosa da fare per farmi notare da lei (una ragazza che ha nome e cognome in realtà, ma che mi devo mordere le labbra per non poter citare). C’era un posto a fianco a me...

Si accendevano alcune luci, e sul palco entrava una marea di gente, tutte spicciole cantanti che facevano le puttane sul palco, cantavano Fabrizio, ma con riarrangiamenti pop e disco, e con testi insipidi e vergognosi. Volevo scappare, e stavo per farlo, ma c’è stato un suono come di esplosione, d’un tratto, mi sono guardato attorno, ma era solo nella mia testa; allora le forme sono scomparse, piano, virando però verso il bianco, come quando si aumenta la luminosità delle immagini durante un film, e al loro posto, prima in silenzio, poi ecco, sentite, il ricordo della voce e la figura vera di Fabrizio De André, in quel fantomatico concerto a cui dicevo di essere stato, “quando era ancora vivo”. Solo lui, sul palco, colle gambe incrociate, sempre, una chitarra, la sua, ubriaco, forse, probabilmente. La sala era in silenzio, e lui odiava tutti.

Ho dovuto scappare. Non so da quale delle due realtà (oniriche), ma ho dovuto fuggire. Era la prima, perché dietro di me ora venivano, come cani, i neofascisti, con vestiti firmati, eleganti, e brandendo mazze sopra la testa (che in un sogno significa molto). Correvo, io, per niente spaventato però, perché ancora non se ne andava, dalla testa, l’immagine e i suoni di quel concerto precedente a cui avevo potuto assistere, prima che Fabrizio morisse. Ero al sicuro, ero salvo.

Mi sono svegliato.

Ora, l’interpretazione del sogno è tutt’un’altra cosa, ovviamente, e mi sono impedito di farla (sebbene qualcosa mi sia già trapelata in testa), per conservare fresca quest’idea meravigliosa, di averlo sentito cantare dal vivo, quel genovese, quella çimma di zuenottu. Mi sono anche sentito di fottere, quando, appena sveglio, persistendo ancora dei dubbi, mi sono accorto che non era possibile.

E niente, è tutto qui; pensavo di poterne cavare chissà cosa. Così sono i sogni: già mi sfugge. Così sono gli anni appena cominciati, si stiracchiano con vagiti tenui, sembrano si stanchino a partire, e poi rotolano anch’essi verso la fine (siamo già nel 2010, se aprite bene gli occhi, Signori); così sono questi maggiorenni: ci atteggiamo da adulti (il che significa che lo siamo), abbiamo i capelli corti, la smettiamo di tentare il suicidio e non ridiamo più tanto volentieri.

 

Bene, Buona Creanza vuole che, ovviamente, termini con una canzone del Faber, o al massimo, non sapendo inserire le canzoni, che ne copi il testo. Sarei tentato di non farlo, ma sono adulto, consequenziale, e questa mattina sottile, grigia, mi ricorda quella voce gracchiante (nulla a che vedere con quella di Fabrizio) che nasce dal nulla, si definisce, poi scompare...

 

[...]

 

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia,
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare,
e la terra si trema,
e gli animali si stanno zitti;
certe volte ti avvisano con rumore.

Vanno,
vengono...
ritornano,
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai.

 

[...]

APPENDICE 1: Per tutto il periodo in cui sembra che non abbia scritto, in realtà l'ho sempre fatto, e lo stesso vale per il periodo precedente all’ultimo intervento. L’ultima cosa che ho scritto è dell’altroieri (era sulla scomunica e la bestemmia, per festeggiare i 2000 primi Lettori del blog in due anni di attività ed uno di silenzio). Poi, come succede ormai spessissimo, ho sempre evitato di pubblicare. Meglio così. Pochi minuti prima di diventare maggiorenne, qualcosa l’avevo addirittura pubblicata, per ritirarla subito dopo siccome non mi sono più ucciso (storia lunga). Non era che una citazione, in fondo. Ecco l’interventino:

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La C è dura

 

Va

la ruota va

un colpo non lo perde ma-i...

 

iiic iiic

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Come vi dicevo, poca cosa, neanche mia poi, a parte il titolo che non vi spiego.

 

APPENDICE 2: Per par condicio, mi sento obbligato a pubblicare un altro piccolo interventino, una cosa che avevo scritto per me appena finito il romanzo, e che poi avevo pensato di pubblicare, senza più farlo. Anzi, ci ho ripensato, questa me la lascio per me. Quest’appendice rimarrà qui, inutile e priva di significato, a rappresentare il nulla.

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(Scritto ieri mattina, prima di una colazione che poi non ho fatto.)

20 novembre

Frammento di considerazione sulla paranoia antropologica di Freud; su Leopardi (brevemente); lucida coscienza del fatto che dovrei pensare ad altro (e rinuncia)

 

Mi ha sempre colpito, quand’ero più piccolo, l’insistita aderenza che molti dei miei disturbi paranoici manifestavano con i riti delle liturgie e della fede, per uno come me che, pur munito di un certo, pacato senso religioso, ne avversa profondamente qualsiasi codificazione.

Anni dopo venni a sapere da Freud che le religioni stesse sono modi compulsivi di estinguere un grande senso di colpa a livello sociale; non c’era più da meravigliarsi allora che molti procedimenti di esse coincidessero con quelli delle paranoie.

Da quando lo so, tuttavia, spesso sono tornato a chiedermi, con insistenza e a volte con una certa apprensione, se quello di Freud non sia stato forse un ragionamento eziologico, nel senso che per spiegare le religioni sia partito dalle paranoie, su cui poi ha modellizzato le prime, quando forse avrebbe dovuto fare il contrario. Quello che mi impedisce di pensare che sia effettivamente così, e che quindi Freud abbia commesso una sorta di errore di cronologia, è il fatto che Freud errori non ne fa mai; spesso è categorico, sì, ma perché era uno con le palle di piombo: per ogni frase che affermava, demoliva senza pericolo o timori pagine e pagine di obiezioni, e mi sembra strano che nella sua antropologia non abbia affrontato (per quanto ne so) questa che spesso mi sono trovato a porgli io, anche perché molto semplice, e quasi intuitiva: sembra assai più logico che i disturbi ossessivo-compulsivi prendano le forme utilizzate da quella grande paranoia della religione solo perché primo grande disturbo collettivo, e non che, al contrario, le religioni siano sempre state in grado, in un modo o in un altro, di raccogliere ed esprimere fin dall’origine della società i singoli disturbi degli individui. Mi rendo ben conto di quanto la differenza sia quasi inesistente, ma il gioco sottile di precedenze potrebbe essere l’ancora di salvezza di molti, ed è per questo che mi è sempre sembrato un passaggio importante: se la religione è la più grande paranoia antropologica, dunque la principale, e quelle nostre individuali, in qualche modo, più o meno appariscente, dipendono tutte da questa, allora, diciamolo chiaramente, siamo fottuti, perché risulta evidente che l’uomo non ha altra via di scampo, di esternazione delle proprie pulsioni deviate, che quello sterile del disturbo ossessivo-compulsivo; se invece le religioni sono, sì, un grande disturbo sociale (e questa è premessa comune ad entrambe le ipotesi), ma le paranoie nostre ne sono altre, non per forza tutte completamente legate ad esse, bensì semplicemente ad esse spesso si appoggiano, per quanto riguarda le modalità, per mancanza di mezzi di espressioni propri (e così l’individuo più facilmente si rifà a quello che, inconsciamente, ha sempre saputo essere ossessione pura ma ben codificata nella e a scopo della società, in quanto è paranoia di comune accordo accettata, ma non perché necessariamente discenda da essa), allora questo significa che i disturbi individuali (purtroppo devo usare sempre gli stessi termini, avendo per terrore la gente inflazionato quelli, comunque ugualmente validi, di “mania”, “fissazione”, “delirio – coerente –”) sono oggettivabili pure in modi diversi, e, volendo, quindi, anche positivi. Ecco il punto: che possano essere positivi.

Del resto il fatto che Freud presupponga altrove quest’ultima possibilità, in particolare per quanto riguarda l’arte, ad esempio, mi fa capire che evidentemente intendeva quello, e che io mi sono semplicemente fatto problemi su una cosa che lui invece riteneva tanto scontata da non dover neppure specificare. Bene.

Non è cosa da poco, comunque, che un problema mentale possa realizzarsi in forme positive: ne escono delle belle cose. Si pensi a Leopardi. No: è una teoria mia, non posso mettermi a studiarlo minuziosamente, altrimenti ne cercherei le prove, ma ho sempre pensato che tutta questa infelicità fosse dovuta alla sua iniziale educazione cattolica, forte e quindi, poi, non estirpabile per tutto. Anch’io, come molti, ho combattuto fino a pochi anni fa con alcune stronzate che ancora mi galleggiavano in testa, ma siccome da bambino ho sempre prestato poca attenzione a chi alzava gli occhi al cielo, in realtà le mie non sono mai state convinzioni vere e proprie. Uno come Leopardi invece, immagino, deve aver faticato non poco per togliersi dalla testa quelle radici profonde, della madre e dello Stato in cui viveva, e deve essere vissuto non poco tempo in conflitto con se stesso, ecco tutto il problema.

 

La verità su Giacomo Leopardi

 

Egli sedeva silenzioso e muto

tutto preso dalla cristiana fede:

dilaniato, sente un dolore bruto,

tra questa e la materia che ormai cede.

 

Cristiano solo per educazione

ebbe intelligenza: abbandonò il credo;

scordatosi allora la redenzione

alzò gli occhi a Lucrezio e disse:- Vedo.-.

 

Prese le femmine e si prese il pene,

stretto tenne il mondo, violentemente;

pulsa il sangue e la vita nelle vene.

 

Ma ogni volta d’un tratto alla mente

come di peccato un senso gli viene

e infelice sta, e pensa, e geme.

 

Non è veramente un sonetto, l'ultimo verso non c'entra un cazzo. Comunque, lo so che sono semplicistico, ma quello che penso in pratica di Leopardi è che fosse una di quelle persone che sono quasi sempre allupate, ma il cattolicesimo serrato della madre e del contesto in cui vivevano non dovevano essere cose di poco conto, e perciò si faceva i problemi. Quando poi “passò al materialismo”, come si dice, la situazione, invece di aggiustarsi, peggiorò, perché aveva i sensi di colpa ancora più forti, ora non solo più sul sesso, ma pure sulla rinuncia al cattolicesimo (i recanatesi dovevano aborrirlo non poco).

Ma come cazzo sono arrivato a parlare di Leopardi?

Sì; è un discorso che dovevo continuare, in verità, ma le cose serie ora mi stancano presto. Eppure procedendo con gli anni dovrebbe essere il contrario.

Vado sempre regredendo. Meraviglioso.

 

Post Scriptum: Dovrei stare qui a fare litanie su altro, sul quinto superiore, ad esempio, sui capelli che non ci sono più, sul fatto che ora va di moda non avere un blog, o averlo e non scriverci, che fa molto busy man, sulla Pici, sulla gobba sempre più pronunciata, su questa storia della patente, sul virus nel mio computer, sulla futura maggiore età (no! No! NO!), sulle femmine che mancano ma continuano a farsi vedere (non sarebbe meglio se non ci fossero e basta? Se non sapessi della loro esistenza, come in quella storiella di Boccaccio?).

Ma in fondo, Signori, chi se ne frega?

07 settembre

Un racconto (con prefazione, finto sonetto ed appendice)

 

Rullo di tamburi per l’atto finale di quest’altra sezione di vita, allora. Non ci credo più molto, in realtà, ma l’abitudine e le compulsioni mi fanno rispettare la consuetudine. Il prologo, ovvero quest’estate, non è stato dei migliori, ma ho cercato di rimediare come possibile.

Il racconto che segue non c’entra nulla col quinto superiore, comunque, ma a volte ti prendono certe idee che vanno buttate giù e basta, e l’immagine di una specie di vagabondo di Foggia, mi spronava da alcune settimane ormai, così non ho più saputo resistere. Mi dispiace di aver lasciato in fieri molte cose interessanti, che sarebbero potuto essere ampliate, per mancanza di tempo e perché il nuovo romanzo assorbe la stragrandissima maggioranza delle mie attenzioni. E’ un racconto abortito, diciamo così, o meglio amputato; al massimo è una bozza, va’. Non lo sento particolarmente mio, e mi sembra un bel po’ zuppo di ingenuità e patetismo; e per questo lo pubblico.

 

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La sera prima di morire, il vecchio ripensò velocemente, non avendo nulla di meglio da fare, alla sua vita. Col senno di poi, gli ultimi minuti prima di prendere aria per l’ultima volta, si accorse di averlo fatto giusto in tempo. Si chiese allora se quella vita che ti passava davanti agli occhi prima di crepare non fosse per caso un pensiero cosciente, effetto inconscio di una vaga cognizione di quello che sarebbe successo. In un modo o nell’altro, ovviamente, non cambiava nulla.

Due giorni prima di morire, aveva mangiato in un ristorante. Aveva usato dei soldi che aveva preso come il pagamento di un conto da parte dell’immenso motore delle vite, delle azioni e dei pensieri che ogni tanto, quando era sbadato e ci pensava poco, chiamava Dio.

Se anche d’estate portava il cappotto, era perché la notte i topi gli morsicavano le braccia, se dormiva nel parco. Tuttavia non era ingenuo, e quindi era così abituato a sapere che la gente lo conosceva pazzo o drogato, che spesso quando, raramente, parlava con qualcuno, era praticamente a tutti gli effetti pazzo o drogato. Quando una donna gli lasciava una moneta, il vecchio non sapeva resistere alla tentazione di fare un movimento inconsulto, come se fosse epilettico, o dire una frase priva di senso, ma questo solo se la donna aveva fatto in modo, lasciando la moneta, che tutti la guardassero, o al contrario che nessuno se ne accorgesse, o se gliel’aveva messa con troppa pomposità, come pensasse di cambiargli la vita, o che lui l’avrebbe ringraziata per sempre, o viceversa gliela lasciava lì come per sbaglio, fingendo quasi di non accorgersene, non perché non gli interessasse, ma per fargli vedere quanto, nonostante la magnanimità di quel gesto, lei lo disprezzasse.

C’erano donne fragili come ragazze, invece, che gli mettevano una moneta a fianco, ma in realtà gli lasciavano un sorriso, o un movimento meraviglioso delle dita. Quando era stato più giovane, aveva addirittura avuto il coraggio di innamorarsi. Ma quella era una storia che aveva quasi dimenticato.

I più fastidiosi erano gli uomini. Loro e le donne provavano gli stessi sentimenti, ma le donne lasciavano trapelare solo il giusto necessario, senza eccedere; gli uomini invece dovevano per forza far vedere tutto. Se anche stavano zitti, potevi vedere il loro schifo colare fuori dalla pelle. Le monete gliele sbattevano addosso, oppure non si accontentava di non dargli nulla, o di guardarli con disdegno, ma gli dicevano anche qualcosa di odioso, ed ovviamente stupido.

Ogni tanto passava qualcuno con la faccia lucida e sorridente, e si chinava per lasciargli qualche spicciolo. In genere facevano parte di qualche parrocchia, e guardandolo ripensavano per finta alla loro fortuna, per poter poi dire di averlo fatto, venivano presi dallo spirito di carità, lasciavano la loro offerta e poi si sentivano a posto per il resto della settimana. L’aria affettata con cui lo facevano gli faceva venire voglia, quando loro si chinavano, di spaccargli la testa, in due, ed usare le due metà del cranio per prendere l’acqua dalle fontane, o per metterci gli spiccioli. Certi erano pederasti; allora lasciavano una banconota, invece delle monete; si facevano notare, e la notte tornavano, seri, abbruttiti e vogliosi. Al vecchio davano la nausea, ma c’erano stati momenti in cui la sua vita era stata in pericolo, e non mangiava da una settimana, e allora aveva acconsentito, e dopo li aveva insultati. Se lo avessero ucciso, sarebbero tornati a casa tranquilli, perché un barbone che muore, muore perché è un barbone, non ci sono altre spiegazioni.

Da giovane, quando era riuscito a mettere da parte abbastanza spiccioli da comperarsi un sassofono usato, ogni tanto si fermava qualcuno a sentirlo. Si accorgeva di non essere stonato, e di saper improvvisare con gusto; in quel periodo erano i ragazzi più di tutti a lasciare del denaro; alcuni, coi capelli lunghi e vestiti praticamente come lui, avevano finito per usarlo come loro ritrovo abituale, e lui per non deluderli, ogni sera si faceva ritrovare sempre nello stesso angolo, con una canzonetta allegra e sincopata o con una melodia mielosa, se gli sembrava il caso. A turno gli lasciavano qualcosa, ed il tempo che rimanevano lì prima di decidere dove passare la serata gli parlavano, e gli chiedevano consiglio. Lui comunque restava zitto, e si vergognava un po’ ad esprimere le sue opinioni, perché quelli, se solo avessero voluto, avrebbero anche potuto ucciderlo. Non l’avrebbero fatto.

Non si erano più fatti vedere, ma una ragazza un giorno l’aveva guardato suonare, con le vene del collo che si gonfiavano, tutto concentrato sul suo strumento. Lui aveva finto di non farci caso, ma lei dopo averlo sorpassato si era girata indietro ancora una volta, e allora lui si era messo il sassofono sotto braccio e d’un tratto l’aveva seguita. Lei stava con una donna più anziana, ed entravano e uscivano da negozi; lui temeva un po’ di essere visto, per paura di infastidirla, ma una volta sola lei se n’era accorta, incuriosendosi soltanto, senza farsi nessuna domanda. Era tornata a casa, e non era più uscita per il resto della notte. Lui aveva dormito in un parco vicino, e la mattina dopo l’aveva vista portare a spasso un cane. Era arrivata vicinissima a lui, che per vergogna si era nascosto in un cespuglio. Subito dopo decise di rinunciare alla sua colazione, uno di quei pochi giorni che avrebbe potuto permettersela, e si andò a far tagliare i capelli e la barba. Se avesse avuto tempo, voglia e denaro, l’avrebbe fatto più spesso, ma in realtà lui non ci aveva mai fatto particolarmente caso; erano gli altri, quando lo guardavano a quel modo, come si chiedessero se fosse uno scherzo o per davvero, che gli ricordavano la barba e tutto il resto, e lui detestava che con le loro occhiate dovessero rendergli manifesta una cosa a cui in realtà non badava affatto.

Era andato da un vecchio amico, che l’aveva cacciato.

- Solo una doccia.- aveva replicato lui, sulla soglia - Solo una doccia; pulisco io il bagno.-

Quello era rimasto sulle spine, con una mano sulla porta:- Sta per tornare mia moglie...- aveva inventato.

- Non mi servono che due minuti. E potresti dirle la verità, che un tuo vecchio amico diventato barbone ti ha chiesto un favore misero, che fa? Credi mi senta orgoglioso, a chiederti una cosa del genere?-

- Due minuti, non un secondo di più.-. Lui era stato di parola, e se n’era andato ringraziando velocemente, per non umiliarsi davanti a quel tipo umiliante.

- Moglie... Ma se sei frocio...- aveva detto quando stava per uscire, così che quello non poté più cacciarlo, ma solo sbattergli la porta in faccia. Aveva ridacchiato scendendo le scale, e poi era tornato sotto la casa doveva viveva la ragazza. Si era chiesto, certamente, perché stesse facendo una stupidaggine, dolorosa per di più, del genere, ma non si era risposto. Forse pensava di stare per morire, e voleva fare qualcosa, prima di dirsi che aveva vissuto da merda. Mentre ci pensava, lei aveva sceso le scale, e lui, colto di sorpresa, aveva preso di scatto il sassofono, sbattendoselo prima sul muso, e cominciando a suonare in ritardo; lei aveva riso un poco, incassando la testa tra le spalle, e lui orgoglioso aveva fatto finta di niente, però aveva cominciato a stonare paurosamente; lei comunque era uscita. Si addormentò nell’atrio del condominio, ed una vecchia lo cacciò fuori. Tornò nel parco, si addormentò di nuovo, e quando si svegliò trovò dei centesimi nel piccolo cappello; si divertì a pensare che fosse stata lei, e mentre pisciava dietro un albero fantasticò sulle mille possibili varianti che avrebbero potuto farli incontrare ancora. Ma non aveva avuto più il coraggio di tornare davanti all’edificio.

Due giorni dopo il cane di lei gli aveva rubato il bicchiere, spargendo i pochi spiccioli che conteneva nell’erba. Lei arrivò correndo:- Pimpy, accidentaccio a te!- lo sgridò, mortificata eppure con un sorriso che le vagava sugli occhi. L’aveva guardato, vergognandosi ma sostenendo il suo sguardo con coraggio:- Mi scusi!- gli aveva detto - Questo cane è una catastrofe.-. Lui era rimasto seduto a terra, ed era scoppiato a ridere. Lei, un po’ spaventata, aveva abbozzato il sorriso che teneva nascosto a sua volta, e si era messa a cercargli gli spiccioli.

- Ma cosa fa! Non si preoccupi.- aveva detto lui, alzandosi in piedi di scatto - Per favore, mi mette in imbarazzo! Erano solo...-la voce gli tremò per una risata - Erano solo i risparmi di tutta la mia vita.-. Lei non aveva capito l’ironia e si era mostrata ancora più dispiaciuta, lui aveva scosso la testa e aveva ripreso a ridere. Finì per lasciargli una banconota.

- Sappia che non l’accetterò mai.- disse lui senza muoversi, come sdegnato - Se la riprenda, altrimenti sarò costretto a ridargliela.-

- Oh, sembra una minaccia pericolosa.- aveva detto lei. Gliel’aveva lasciata nel bicchiere. Lui aveva sospirato, si era abbassato, l’aveva ripresa e prima che lei potesse allontanarsi gliel’aveva infilata nella borsetta. Lei se n’accorse:- Me l’aspettavo... Senta, lei suona il sassofono, no?-

- Sì.-

- Bene, mettiamola così: mi faccia sentire un pezzo; se mi piacerà, dovrò pagarle l’esecuzione.-. Lui aveva sospirato ancora; del resto del denaro aveva bisogno:- Va bene.-. Si girò indietro, ma il sassofono era scomparso. Lo trovarono in bocca al cane, che cercava di masticarlo dietro un cespuglio. Lei gliel’aveva ridato, viscido di saliva, e lui l’aveva provato:

- Incredibile, funziona ancora.-. Aveva improvvisato del jazz, battendo un piede per tenere il ritmo. Alla fine lei aveva applaudito, e oltre alla banconota gli aveva lasciato tutti gli spiccioli che aveva in tasca. Lui si era abbassato per prenderli ancora e ridarglieli, ma quando aveva alzato la testa lei stava già correndo lontano, col cane che la seguiva divertito. Quella notte si era sentito stupido, e credette di intravedere le sottilissime e fragili tele di ragno che reggono qualsiasi sensazione piacevole che un uomo possa provare, come il pentimento del prete dopo una masturbazione. Non era più passato davanti al suo condominio, comunque.

Solo un mese dopo l’aveva rivista. Di notte piangeva su una panchina.

- Signora, cosa c’è?- si era avvicinato lui, spaventato. Lei aveva scosso la testa, per allontanarlo, lui era rimasto, lei se n’era accorta ed aveva alzato gli occhi; solo allora lui l’aveva riconosciuta. Lei anche, sembrava, perché era scoppiata in singhiozzi dolorosi e gli si era buttata addosso con le braccia al collo. Non aveva detto nulla, e per un’ora lui le era stato a fianco senza chiedere niente. Poi avevano fatto l’amore nell’erba, e quando lei stava per addormentarsi, si era data di corsa uno schiaffo ed era scappata via.

Lui era rimasto nell’erba terrorizzato, tutta la notte, e parte della mattina successiva. Quella sera era tornata ancora, gli aveva chiesto scusa, e senza che lui avesse detto neanche solo una parola, si era lanciata in un’articolata spiegazione di un marito violento e stupido, di una vita triste e di qualche disturbo paranoico. Gli aveva chiesto poi come si ritrovava a fare il barbone. Con poche parole roche, lui aveva detto della madre tossicodipendente, del padre ladro, e di lui praticamente abbandonato, ed incapace di fare qualsiasi cosa.

- Ci sarebbero tante altre cose, da dire.- aveva fatto lei, un po’ distratta.

- Già...-

Avevano fatto sesso. Lei gli aveva mostrato i graffi del marito sui seni. Lui le aveva baciato i capezzoli, come si trattasse di una benedizione.

Poi lei era andata via di nuovo, ma questa volta l’aveva velocemente carezzato, sulla guancia dove ricominciava a crescere la barba. Per la prima volta lui si era vergognato di un piccolo brufolo sotto il mento.

E così per vari mesi, quasi ogni giorno, si erano incontrati di notte, e un paio di volte anche di mattina, se il marito era in viaggio. Allora passeggiavano, e lui aveva preso l’abitudine di lavarsi sempre nella fontana, e raccoglieva soldi solo per farsi la barba. Lei gli lasciava qualcosa, lui rifiutava sempre, lei gli ordinò di smettere di farsi la barba, per non perdere spiccioli. E gli aveva regalato una piccola spilla, con il disegno a colori di un barbone immusonito. Ci avevano riso sopra; lui non aveva potuto comperarle niente.

- Tieni,- aveva risposto lei tirando fuori dalla borsetta un pezzo sgualcito di carta e una penna - scrivimi qualcosa.-. Lui aveva fatto uno scarabocchio:- E’ blu. Non scrivo con le penne blu.-

- Blu?- aveva fatto lei. Si era avvicinata al foglio, aveva strizzato gli occhi per vedere bene:- Mah, a me sembra nero.-. Aveva provato lei, a scrivere:- Sì, è nero.- aveva confermato.

- Be’, per me è blu.-

- Ma che dici, guarda.-. Aveva avvicinato il foglio al sole. Alla fine lui si era convinto.

- Sbrigati, comunque,- aveva detto lei - ché devo fare la cacca.-

- Grazie per l’ispirazione. ... Non è una cosa bella da dire per una signorina, comunque.-

- Oh, ma per favore, muoviti.-. E dopo un paio di minuti le aveva fatto leggere:

 

Quando arriva la primavera

il mio stomaco diventa cera.

Fare la cacca è la Cosa Vera,

io la farei da mattina a sera.

 

Mi siederei anche su un tinello

per lasciare quel che espello.

Defecare è uno sforzo troppo bello;

della mia cacca son più geloso di Otello.

 

Sentite questo birichino:

quando arriva il bisognino...

che lo si faccia in un catino!

 

Che meraviglia andare al cesso!

Io ci starei pure adesso.

Oh, be’... Altrimenti fate sesso.

 

Lei aveva riso e si era tenuta la pancia.

- Cristo, mi sono venute le mestruazioni.- aveva detto.

- Come?! ... Ma... Ma non dovevi cacare?-

- Sì, sì, ma mi sono venute anche le mestruazioni, accidenti. Accompagnami in un bar.-

- Perché?-

- Ho bisogno di un bagno, cazzo!-

- Oh, ok.-

Una notte, dopo che lei se n’era andata, era arrivato il marito. L’aveva picchiato. Lui aveva cercato di difendersi, aveva messo il sassofono tra loro due, quello l’aveva distrutto.

- Quella zoccola è mia. ... La prossima volta ti ammazzo. E poi piscio sul tuo cadavere puzzolente.-

- Mi deve ricomprare il sassofono.- aveva detto lui, seduto a terra col sangue dalla bocca e dal naso. Lui aveva alzato la testa e si era messo a ridere sonoramente, per tutto il parco.

- Lei mi deve ricomprare il sassofono.- aveva ripetuto. Quello se n’era andato. Lui si era messo a urlare, e piangere, ma non aveva avuto il coraggio di seguirlo. Si era rotolato nella terra tra i lamenti per tutta la notte.

Lei non era più tornata.

Erano passati degli anni. Lui era invecchiato.

Un giorno un uomo gli passò davanti aggiustando del denaro in un portafogli, e una banconota preziosa gli scivolò via. Il vecchio poté afferrarla da seduto, senza neanche muoversi. L’idea di riconsegnarla non si presentò nemmeno tra le varie possibilità che gli vennero in mente, specialmente perché un uomo che aveva nel portafogli una banconota del genere e poteva permettersi, quando la maneggiava, di essere abbastanza distratto da perderla, probabilmente non ne avrebbe sentito una grande mancanza; però si alzò e lo seguì, tanto per perdere tempo prima di decidere cosa fare, e cercare di capire cosa ne avrebbe fatto l’uomo. Quello salì a casa di lei, casa che non aveva più dimenticato perché evitava di passarci. Solo allora si era reso conto che era il marito. Bene, i soldi bastavano ed avanzavano per un sassofono usato. Con quello che rimaneva riuscì a pagarsi da mangiare in un ristorante. La sera stessa stette male, un dolore che partiva dallo stomaco, si diffondeva a tutta la parte inferiore del corpo e poi risaliva bollente fino alle meningi. Il giorno dopo, non avendo nulla da fare, e per distrarsi dal dolore, ripensò alla sua stupida vita. Per due giorni vomitò nella villa della città. Capì che sarebbe morto. Si frugò addosso, non trovò la spilletta.

- L’ho persa...- si disse, come sotto ipnosi, poi, ripensando al dolore, come i paranoici, aggiunse:- Ah, ecco perché...-

Quella notte un altro vagabondo si mise a dormire poco lontano da lui, che così si sentì in obbligo di non disturbarlo, e fingere di non stare male. Si addormentò un poco. Quando si svegliò era ancora notte, e capì che non se ne sarebbe andato nel sonno. Non si sentiva molto male, ma non sentiva più molto di niente, per la verità. L’ultima cosa che vide fu l’altro vagabondo che cacava nella terra, a qualche metro di distanza. Bestemmiò in un sussurro, poi morì.

 

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Rileggendolo, ho notato che il protagonista potrebbe soffrire forse, senza che io me ne sia accorto, di una di quelle lievi forme di sindrome di Asperger (http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Asperger; qui invece alcune testimonianze a tratti veramente divertenti: http://www.asperger.it/?q=example), di cui mi piacerebbe poter pensare di soffrire io stesso a mia volta (su un’altra pagina dell’ultimo sito già citato, http://www.asperger.it/?q=diagnostics, in fondo, c’è un test valido solo per i bambini, ma che fatto retroattivamente a me ha dato risultati inquietanti, sebbene non ci sia da tenerne molto conto, data l’ipocondria ed il fatto appunto che sono di parte), così da poter spiegare la famosa “Timidezza d’Amore” (http://it.wikipedia.org/wiki/Timidezza_d%27amore). Certo però in tal caso la storia andrebbe, oltre che ampliata, modificata in almeno un paio di punti (ad esempio, ma è un particolare poco importante questo, il vecchio potrebbe essere diventato barbone proprio per la sindrome...), e potrebbe poi, ora che comincio a pensarci, prendere anche un’altra piega, diversa dall’idea originaria. Insomma, il Lettore deciderà cosa pensare, e se vorrà approfondire la questione potrà benissimo riscrivere tutto, e mandarlo in busta chiusa a... me’, basta stronzate.

Ah, che miseria la vita. Lo squallore si annida in ogni parola, azione e pensiero della mia esistenza. Chiedo perdono a me stesso.

24 agosto

Il mese morto: prologo, il fatto, epilogo (del fatto); sull'anno morto (brevemente) ; sui miei capelli (brevemente)

 

La vita e le azioni procedono orizzontalmente, sull’intera superficie della terra, annodandosi come tessuti, con ordine, trama ed ordito, e poi trama ed ordito. Il ramoscello verde, che scoppia se lo si brucia, nato dal frutto marcito nel fango di un albero, cresce all’ombra del tronco secolare, e da lì ne nasceranno altri, e nell’arco di millenni la terra secca si incresperà attraversata dalle radici.

Le specie viventi dotate di movimento, però, hanno ingarbugliato tutto. Il cucciolo di una gatta apre gli occhi nella sua tana, sotto un cespuglio dietro un cancello, e va poi a partorire dietro un edificio in costruzione. Il tessuto si prolunga irrimediabilmente, e gli animali si confondono tra loro. La terra comunque ne gioisce, e procura quello che può.

L’uomo allenta qualsiasi ordito, infila le sue mani sporche nell’intreccio ed esaspera qualsiasi situazione. Ogni altro essere, animale o vegetale che sia, ha la sensazione di vivere solo per bontà, o perché non ancora è stato visto.

La struttura macroscopica dei nostri comportamenti di massa sono la visione ingigantita dei processi organici che regolano il nostro modo di procedere nella vita in un qualsiasi pensiero; e fin qui nulla di nuovo.

Il nodo per l’intreccio solitamente utilizzato dall’uomo nel corso della sua vita è la savoia (http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c9/FigureOfEightKnot.jpg): per ogni conquista, per ogni scoperta, per ogni azione, avanza con sicurezza, poi d’improvviso, come per errore, o se avesse perso fiducia, o per caso, torna indietro, sui propri passi, si ingarbuglia col passato, poi avanza di nuovo, curvo ed indeciso, si perde nel suo stesso essere tornato indietro e solo a quel punto, confuso, con il piano originario cambiato, intraprende un nuovo movimento, ugualmente stupidamente sicuro come prima.

Un credente nel comunismo dei beni e soprattutto dei pensieri, di quelli che dilagavano nell’America della fine degli anni ’60, inventò quello che oggi chiamiamo “personal computer” (www.fumelli.it/index.php/Welcome&test00?download=breve_storia_calcolatori.pdf, pagina 7), e nello stesso periodo uno psicologo abbandonò il suo campo d’indagine e con uno scritto che fece scalpore ebbe un ruolo fondamentale nella creazione di Internet (http://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Carl_Robnett_Licklider). Ed ecco, immediatamente, il famoso William Henry Gates III lo rese un’impresa di denaro. Non appena l’idea apparentemente soltanto sessantottina di rendere i computers accessibili a tutti venne riconosciuta come quella che era, e cioè un meccanismo grandioso attraverso il quale la cultura, l’informazione e la conoscenza potevano passare senza limiti in ogni cervello, allora si cercò di intervenire in ogni modo, facendo nascere così la tecnofobia, che fa urlare di paura le nonne alla vista di uno schermo, fa preoccupare i genitori e fa interessare i giovani solo se c’entrano i videogiochi o la pornografia.

Un passo avanti, un passo indietro, un passo avanti nel passo indietro, e via in una direzione diversa e sbagliata.

Per chi lo usa non solo come passatempo, il computer diventa un mezzo fondamentale, un vero e proprio contenitore esterno di memoria, in cui è possibile conservare senza doverle per questo imparare a memoria o ricopiare a mano informazioni che possono anche significare una vita, o una sua parte (esattamente come prevedeva uno degli antenati del computer, il Memex: http://it.wikipedia.org/wiki/Memex). Se quelle informazioni andassero perdute, andrebbe perduta quella parte di vita, di pensieri, di idee anche per il futuro.

Tutto questo, per dire che mi si è rotto il computer.

Sarebbe  a dir poco angosciante mettersi a descrive il (quasi) mese trascorso in preda all’orrore inimmaginabile di aver perso la maggior parte dei miei scritti, compreso, su di tutti, le oltre 200 cartelle del nuovo romanzo (ma sto per farlo: preterizione). Le prime due settimane sono state terribili. L’angoscia di non sapere se i miseri magri prodotti del mio lavoro sedentario fossero andati perduti, spariti da quei minuscoli componenti di metallo all’interno di un hardware, o fossero ancora recuperabili, estirpabili con una qualche operazione tecnologica che la mia ignoranza avrebbe scambiato per occultismo del nuovo millennio, mi ha straziato la mente per due settimane intere. Non devo essere certo io a descrivere cosa si prova quando si è in attesa, soltanto in attesa di una notizia abominevole, come la morte di un parente. E non pensiate che io sia bigotto, stupido ed esagerato fino alla blasfemia se dico che perdere un romanzo è quasi esattamente come perdere un figlio, con la differenza che un romanzo non è vivo (ma la materia inerte può essere viva in tanti modi diversi, non è vero?). Mi torturavo nel dubbio, mi picchiavo per le mie colpe, per quello che avrei potuto fare, il salvataggio in qualcosa di esterno che, ho scoperto, si chiama “back up”. Del resto, si sa, più una cosa non la si ha, più la si desidera. E lo dice Proust, perciò... E infatti immediatamente, una cosa per me faticosa, dolorosa e non di rado assai tediosa come scrivere, si trasforma nella mia mente in un piacere sublime e superiore a qualsiasi altro, che in realtà si prova solo quando si finisce un romanzo lungo, e solo se piace davvero (cioè mai).

E non si pensi che sia presuntuoso, che tenga a quello che scrivo perché lo ritengo qualcosa di valore: appunto come un figlio, non importa se sia un imprenditore o un barbone (meglio il barbone, mica devo dirlo, no?), una modella o un handicappato: perderlo è perdere tutto.

Con il pensiero di un’attesa tale in testa, cosa si può fare, cosa? Non riuscivo neanche più a leggere. Girovagavo per casa (perché, ricordiamo, i miei erano “in vacanza”; poi dovrò accennare anche a questo) inventandomi nuove parole, ed aspettavo. Ho tirato fuori i puzzle... Il solo ripensarci, a quelle prime due settimane, mi fa venire i brividi. I puzzle avranno per sempre ora per me un significato sinistro. Per tre sere di seguito l’ho cominciato e poi distrutto come la saggia Penelope, per paura di finirlo troppo presto e morire d’inedia, poi l’ho cominciato una volta per tutte, ma ho proseguito lentamente nell’opera, e ci sono un sacco di testimoni di queste giornate orribili...

Ho chiamato o sono andato personalmente ogni giorno al negozio di informatica dove avevo portato il computer, ripetendo in continuazione che l’unica cosa che mi interessava erano i dati, e il computer potevano anche farlo a pezzi con un’accetta (detto testualmente). Per una settimana hanno aspettato per “la Procedura”, che dovevano fare, provare, per vedere se il computer fosse uscito dal suo coma. Mi chiedevo quali ingegni grandiosi richiedesse questa Procedura, poi ho chiamato la casa produttrice del PC, la Asus, e mi hanno detto loro stessi come farla, comodamente da casa, come dicono nelle televendite. Una cosa ridicola: premere dieci volte di seguito con una graffetta un pulsantino sotto il computer, dopo aver tolto la batteria. Siccome i miei erano in vacanza, ho bestemmiato ad alta voce il negozio per un quarto d’ora cronometrato, per avermi fatto perdere una settimana intera solo per fare una cosa così stupida. Se avessi chiamato subito l’Asus, avrei potuto farla io. E non avrebbe funzionato, comunque: al negozio mi dicono che, dopo averci provato, non è successo nulla. Lo manderanno in garanzia. Ma in garanzia mica mi cancellano i dati? No no no. Li salvano? Sì sì sì. Sicuro? Sì sì sì. Aspetto un’altra settimana, ma continuo ad essere roso dal dubbio, è come prima.

Il salvatore di almeno alcune ore di questi giorni, Michelangelo, assieme occasionalmente a Francesco, e Doriana (seguita da buona parte della sua compagnia, sorelline comprese), non può far altro che ripetermi le stesse cose quando gliele chiedo, e credo che abbia velocemente imparato ad odiarmi. Un giorno scorro la rubrica telefonica e chiamo a tutti quelli che faccio in tempo a chiamare, ripetendo senza fermarmi che il mio computer si è rotto e sto impazzendo. Temo di affogare nella noia, che il mio cervello si atrofizzi e che alla fine di questo periodo di orrore puro mi ritroverò a leggere “La piccola fiammiferia” e a guardare la T.V., se non sarò in una cella imbottita a fare disegni sui muri con i pastelli a cera. La prima prova tangibile è che esco ad Orta Nova dopo anni, sto dietro la chiesa come fanno tutti, vado in un locale dove non si può parlare per la musica house a tutto volume (ho scoperto che nelle discoteche ora si mangia anche; o meglio, qualsiasi locale ora è diventato una piccola discoteca), osservo con curiosità ragazzi che si ubriacano non appena vengono a contatto con un bicchiere di vodka, e torno a casa alle undici. Michelangelo, per compassione, arriva a farmi compagnia fino alle due di notte, e ce ne stiamo in soggiorno a giocare a scarabeo (stesso dicesi per Francesco, che si appassiona e rimane quasi fino all’alba). Io cerco di andare a dormire più tardi possibile, sperando così di alzarmi il più tardi possibile la mattina successiva, per avere meno tempo da perdere. Un incubo. Aspetto spesso l’alba.

Come se non bastasse, i miei genitori sono andati in vacanza solo per finta. Con un turpe inganno, mio padre arriva nei momenti più impensabili, ad orari sempre diversi, un giorno sì ed uno no, e sta spesso a casa, così che non posso neanche invitare sessanta persone e vederle ubriacarsi e cadere a terra in deliquio sul mio tappeto, nulla. Qualche volta si porta anche mio fratello, che però porta con sé un oggetto che diventa presto per me di grande valore (ne parlo tra un po’), e anche quel XXI millennio ambulante di mia sorella e/o mia cugina (non so più distinguerle con esattezza, si fondono come i mondi oscuri di un racconto di Lovecraft).

Un mese perso insomma. Mi dispero. Mi sdraio sul pavimento e mi dico che quando mi daranno la notizia che tutti i dati sono andati perduti troverò un palazzo abbastanza alto e mi getterò giù, e, giusto perché la gente non mi prenda troppo sul serio (che è il terrore che, quando è stato vicino dal capitare, mi ha impedito, assieme a pochi[ssimi] altri pensieri, di fare davvero una cosa del genere), mi ci butterò nudo, oppure con una chitarra in mano, o dopo aver messo Wagner a tutto volume sul terrazzo (così mi si scambierà per un Compositore Pazzo).

Alla fine della seconda settimana non mi sento sicuro, e appena mi sveglio faccio una cosa che sto facendo ogni mattina: chiamare la Asus. Ma quel giorno chiedo quello che, non so per quale motivo idiota, forse per terrore, non avevo mai chiesto:

- Senta, ma, una volta in garanzia, i miei dati sono al sicuro? Voglio dire, mica i computer li formattano, a meno che ovviamente il problema non riguardi l’hardware?- (Sono diventato espertissimo.)

- Guardi, praticamente sempre i computer qui vengono formattati.- (L’orrore fa echeggiare in continuazione nella mia testa la conversazione, che ricorderò per sempre a memoria.)

- Oh mio Dio.-

- Veda se può...-

- A me avevano detto che loro il back up non possono farlo,- la interrompo io - perché altrimenti scade la garanzia.-

- Non è assolutamente vero: noi formattiamo i computer proprio perché prima di mandarli in garanzia si può fare il back up.-

- Giustamente, i dati non sono un problema vostro.-. E’ chiaro, è economia aziendale.

- Esatto.-. Quei bastardi del negozio mi hanno mentito spudoratamente, per il semplice motivo che si rompono i coglioni a salvarmi i dati.

- Senta, a lei posso dirlo senza imbarazzo, perché tanto non ci conosciamo: io in quel computer ho, oltre ad una marea di racconti, tre romanzi di importanza capitale.-

- Immagino.-

- Spero per lei di no.-

- Cosa, scusi?-

- Che non lo immagina.-

- Oh.-. Non riesco a farla ridere. Devo stare parlando con un meccanismo tecnologico Asus.

- Veda,- mi dice - se fa in tempo a dire al suo rivenditore questa cosa, così che le possono fare il back up...-

- Ma dovevano inviarlo proprio ieri.-

- Magari il corriere non è ancora arrivato.-

- Oh, già, il corriere. Sì, ora vado. Signorina, la ringrazio. Grazie, grazie mille.-

- Si figuri.- e chiude. Fredda e sicura. Ovunque tu sia, Signorina o Signora, senti il mio cuore che da quel giorno non fa che battere per te.

Giuro sul mio naso, sul mio pene e sui miei testicoli, con tutto quello che contengono, che ho avuto l’idea seria di scendere in pigiama, mettendomi solo le scarpe. Poi qualcuno all’interno della testa mi ha detto che dopo tutto non era una cosa che sarebbe stata vista come normale, ma soprattutto, cosa che mi ha convinto a vestirmi, sarei potuto essere fermato, e perdere ancora più tempo. Puzzavo come una bestia malata, come al solito. Ma sono sceso immediatamente. Mi sono anche messo a correre, per un tratto. Sono entrato nel negozio, che non cito anche se legalmente dovrei denunciarlo:

- Avete spedito il computer?- chiedo direttamente.

- No.- mi dice la donna al bancone.

- Oh, Dio sia lodato! ... Non speditelo.-. Quella mi guarda.

- Il back up potete farlo. Ho chiamato l’Asus, hanno detto che non scade la garanzia se lo fate.-

- Ah... ... Va bene. ... Ma il tecnico ora non c’è, il corriere arriva lunedì, non so se facciamo in tempo...-

- Allora me lo ridia il computer, lo faccio fare a qualcun altro, questo maledetto back up.-

- Senti, facciamo così. Io lo chiamo, ed entro oggi pomeriggio ti faccio sapere se può salvarti i dati o no. Se non è possibile te lo vieni a riprendere e lo fai prima di lunedì.-

- Ok.-. Mi avvicino al bancone, sperando di puzzare come si deve, così che il mio odore la sovrasti e la convinca:- Senta, i dati che sto chiedendo con disperazione da due settimane non sono giochi salvati o video pornografici: sono racconti e romanzi.-

Lei ha improvvisamente perso il sorriso di commessa:- Va bene. Ti faccio sapere.-. Io sto già uscendo.

Lo so, lo so, lo so perfettamente che devo sembrare un idiota, spocchioso, presuntuoso ed incredibilmente stupido, ma cos’altro potevo fare?

E’ sabato e non ancora ho saputo niente. Chiamo io. Mi risponde l’omone proprietario:

- Buon giorno, sono Antonio Casto.-. Basta questo, ormai mi conoscono.

- Senti, io i tuoi dati li ho salvati, ma sono dodici gigabyte, scordatelo che te li salvo tutti.-

- Ah sì? Come mai?-

- E’ troppo.-. Non so per quali suoi standard sia “troppo”, comunque ho già fatto voto di rinunciare alle opere di Wagner, che sono quelle che occupano più spazio.

- Va bene. E allora, come facciamo?-

- Vieni qui e vedi tu cosa cancellare. Deve essere sotto gli otto gigabyte e mezzo.-

- Arrivo.-

Mi fa entrare in uno stanzino dietro il negozio, e lì per la prima volta da due settimane posso rivedere la mia cartella. Cancello soffrendo come un maiale sgozzato alcune cartelle di musica, e lui butta il resto in un dvd. Sono scioccato quando mi consegna un dischetto da otto gigabyte e mezzo in cui ha infilato tutta quella roba per cui darei la vita mia e di qualsiasi altro essere vivente (escluso forse mio fratello minore, ma per il semplice fatto che lo conosco e l’ho praticamente cresciuto, come si dice, dalla nascita, perciò non riesco ad allontanarmene affettivamente; ma presto crescerà ed andrà in discoteca, e sarò finalmente libero completamente da tutti). Dunque la mia cartella era troppo grande perché ci sarebbero voluti due dvd per salvarla, e sarebbe stato un lavoro troppo faticoso per lui inserire un secondo disco dopo il primo. E pensare che l’ho pure pagato quattro euro, quel cd, e che se fosse stato necessario l’avrei pagato quaranta, cinquanta, cento, chi cazzo se ne frega (non sono ricco, eh, è per questo che non me ne frega)?

Comunque torno a casa, finalmente con quella sicurezza. Il pomeriggio stesso cerco qualcuno che abbia Windows Vista (perché, da informatico quale mi sono ritrovato a diventare, ho scoperto che il programma Word di Windows Vista è leggibile solo per altri Windows Vista) per salvare almeno il nuovo romanzo in un formato diverso e poterlo così utilizzare sul vecchio computer di casa, che non ancora ho provato ad accendere perché lo usa mia sorella, e quindi io mi schifo. Vado a Foggia. Federica è la dea salvatrice di quest’altra operazione (un dramma corale). Torno da Foggia, apro il file miracolato. Mia sorella, che assieme ai video dei Blue e a Gigi d’Alessio ne vede forse anche molti porno, ha ridotto il simpatico computer che ha accompagnato gran parte della mia vita prima del portatile ad un ammasso distrutto e colorato dalle sue scritte piene di ormoni in fibrillazione (sia internamente che esternamente al PC). Insomma, se scrivo una parola, la vedo comparire (tempo cronometrato) undici secondi dopo, e se voglio andare due pagine indietro per controllare una frase qualsiasi, be’ allora (lo dico, sapendo già che sì crederà che stia esagerando) ci vogliono sedici minuti prima di vederla comparire. Considerato poi che non acchiappi mai il punto giusto subito, e quindi devi continuare a cercarlo per un po’, ci vuole un tempo incalcolabile per scrivere un semplice periodo, una roba insopportabile. Inutile, non potrò scrivere fino a quando non avrò indietro il mio portatile. Almeno però sono più tranquillo, perché gli scritti e qualche altro dato sono salvi, li ho visti, perciò posso almeno dedicarmi a qualcos’altro il tempo che aspetto, senza dover continuamente pensare all’atrocità sanguinaria di un romanzo sparito.

Ricomincio a leggere con una certa serenità, e presto ho divorato la riserva di libri che doveva bastare al resto dell’estate. Trafugo la noiosa e stupida libreria dei miei genitori, ricavandone un paio di vecchi volumetti polverosi e simpatici, ma presto sono finiti anche quelli e devo andare a Foggia a fare rifornimento (un rifornimento che si rivela magro).

Tornano i miei. Il mese che sarebbe dovuto essere la mia vacanza è finito. Per sempre. Adieu. E’ stato tutto il contrario, al massimo, ed il computer non ancora arriva. Leggo allo stesso ritmo con cui ho letto la Recherche ormai, per non dovermi tormentare a pensare ad altro.

Mio fratello ha portato con sé un oggettino delizioso, un binocolo. Vengo preso dalla depravazione, spio tutti. Poco lontano, in un appartamento vive un ragazzo che deve avere qualche handicap. Esce spesso fuori al balcone e fa delle strane facce e parla da solo; ed io lo spio, una cosa orribile. Posso essere denunciato, e mi faccio sgamare da tutti, tutti senza distinzione, anche i passanti (in fondo è quella la cosa divertente, cacarsi in mano quando gli occhi degli altri ti guardano nel binocolo). Potrei raccontare certe cosette, però (poco interessanti, eh, non si pensi chissà cosa). La noia è un fattore imprescindibile della vita degli altri, comunque, noto; e lo sta diventando anche della mia.

Il 7 agosto, venticinquesimo giorno di seguito senza aver scritto nulla, scoppio a piangere mentre leggo le Confessioni di De Quincey, gridando a me stesso e alla scrivania vuota:- Voglio scrivere! Voglio scrivere! Voglio scrivere!-. Mi chiudo in bagno prima che mia madre possa venire a vedere se finalmente è venuto il momento della casa di cura e può buttare tutti i miei libri per far spazio a quelli di scuola di Cristoforo.

L’8 agosto, appena lette le ultime righe della prima parte di Madame Bovary, entra nella mia camera mia sorella. In genere in occasioni del genere ho le orecchie che rimandano indietro i suoni, ma percepisco il nome del rivenditore (che mia sorella sbaglia). Torno indietro analizzando il resto di quello che ha detto e capisco che Loro mi vogliono al telefono:

- Pronto?- faccio cautamente.

- Ciao, Antonio.- E’ la donna che sta al bancone, riconosco la voce ormai - Il computer è pronto. E’ qui. Quando vuoi lo vieni a prendere.-

- Cosa? Be’, non sono pronto io.-

- Come non sei pronto?-

- Niente, scherzavo. Anche ora?-

- Certo.-

- Ok, grazie.-

- Ciao.-

- Ciao.-

Dal telefono alla porta, dalla porta al negozio infame. Quando scendo sono le otto meno tre. Mi chiedo se per caso non arriverò alle otto e otto, contemporaneamente (se si esclude il fuori orario) con l’inizio di apertura dei giochi olimpici. Sarebbe grandioso, sarebbe a dire che questa esperienza orribile almeno ha un significato mondiale. Ma arrivo troppo presto, e in fondo chi se ne frega. C’è il tipone fuori a fumare. Entro, lui mi ferma:

- Aspetta, sto fumando una sigaretta.-

- Oh, va bene.-. E aspetto tutta la sigaretta, che era appena cominciata. Quando entro guardo l’orologio, e con i minuti della sigaretta sono diventate le otto e sette. Mi dà il computer:

- Non so cos’abbiano fatto.-. Oh, non ne dubito.

Averlo in mano, comunque, vi assicuro, è diecimila volte meglio che avere in mano qualsiasi altra cosa. Saluto velocemente e mi giro verso l’uscita. L’orologio segna le otto e otto. Miliardi di persone credono di stare festeggiando lo sport. Idioti, esultano per me senza saperlo.

Torno a casa, faccio un respiro profondo e lo accendo. C’è tutto, esattamente come lo avevo lasciato. I quattro euro del dvd non sono serviti a nulla (grazie a Dio, a questo punto, visto che Wagner c’è ancora tutto).

- Ma vaffanculo.- faccio mentre mi metto a piangere (al solito), poi chiedo scusa al computer, di cui ho improvvisamente un rispetto enorme. C’è da dire, comunque, che c’è un piccolo graffio in alto sullo schermo. Mi chiedo se non sia il caso di mandarlo indietro, e scoppio a ridere e piangere da solo come l’idiota che sono.

Dalla mattina successiva ho smesso tutto, tutto quello che abbia sempre fatto, ed ho ricominciato, solo e soltanto, a scrivere. Dal 9 agosto scrivo mattina e pomeriggio. Recupererò il mese perso solo ai primi di settembre, praticamente quando comincerà la scuola. Nei primi otto giorno ho buttato giù cento cartelle (contro il mio terrore di non poter più continuare il romanzo, una volta lasciato per così tanto tempo). Mi sono accorto che, se la mattina mi sveglio abbastanza presto, mi rimane un po’ di tempo la sera che posso spendere diversamente, così ho ricominciato anche a leggere quel po’ che è rimasto, ed ho avvisato Michelangelo che comunque, se, come succede spesso, alla sua ragazza è vietato uscire, può chiamarmi qualche sera, anche se certe volte scrivo anche di notte (proprio qualche giorno fa mi sono messo fuori al balcone, verso l’una e mezza, di fianco ai cactus, e quando ho finito – una scena triste tra l’altro – mi sono accorto che erano spuntati, come succede solo una volta all’anno, due fiori enormi, tesi verso la luna piena; di notte, davanti a me, mentre io scrivevo; e giù a piangere come un malato, alle tre, di quei pianti viscidi che ti lasciano il muchetto e sono proprio rilassanti).

Ovviamente salvo ogni cosa che faccio in dischi esterni. Ho un lettore mp3, di quelli che i ragazzi usano per sentire la musica napoletana seduti agli ultimi posti dei pullman, e lo uso come penna USB (siccome è due gigabyte, però, ci ho messo anche qualcosa di Wagner, e qualcuno degli album che ho ma ascolto di meno).

Per festeggiare le trecento cartelle, poiché era troppo tardi per uscire (poi ho saputo invece che Michelangelo non usciva con la ragazza), mi sono masturbato, pensate un po’. Un avvenimento.

Ed oggi avrei dovuto festeggiare le quattrocento, se non fosse che con un atto masochista (non significa niente, in realtà, ma dà sempre quella minuscola soddisfazione del contadino grossolano che riesce a scrivere una lettera lunga una pagina intera) ho diminuito lo spazio tra le righe, e quindi da quattrocento sono passato a trecentocinquanta.

E tutto qui, insomma. – No, c’è altro da dire, ovviamente, ma mi rifiuto.

Tranne che per il fatto che tutto quest’anno, in realtà, è morto. L’ho fatto morire io. Ricordo bene il primo giorno che salii in pullman all’inizio di settembre scorso. Stavo con Erica e dissi:- Non ne voglio sapere niente di quest’anno scolastico, niente. Le cose mi dovranno passare davanti ed io dovrò ignorare tutto, starò così.- e mi sono chiuso come un riccio nel sedile. E come un idiota, al solito. Incredibilmente ci sono riuscito davvero, in praticamente tutto. Ma ho fatto male, mi accorgo. Insomma, il quarto superiore, l’avranno inventato per qualche motivo, no? Io invece devo sempre vedere un poco oltre, allora di questo non ne ho voluto sapere, mentre sarebbe stato fondamentale come preparazione a tutto quello che c’è ora, e già si affaccia da ogni angolo buio dei cervelli di tutti noi coetanei. Il quarto è l’addio vero, dopotutto (- Addio a che cosa, scusa?-. Ma che ne so.). Eh va be’, mi toccherà fare tutto in fretta e furia, un quarto accelerato a partire da ora (c’è un racconto di Stephen King che si chiama “Il quinto quarto”, ma non c’entra niente). Ora capisco perché gli altri si stanno tutti tagliando i capelli e sembrano pronti per qualche grande battaglia (vedi infra), mentre io me ne sto rachitico in un angolo come al solito.

Accidenti.

 

P.S.: Leggo ora che Claudio vuole tagliarsi i capelli. E’ sorprendente, se si considera che giusto qualche giorno fa ci stavo pensando anch’io. Ho cambiato idea per noia ed abitudine, come al solito. Miracolosamente, però, ne ho la prova, perché ne ho fatto un video d’addio all’inizio di agosto (il 6, testimoni Giuseppe e Federica, autrice del video; non riesco ad inserirlo, ma credo si possa sentire almeno l’audio, proverò ad aggiungerlo alla fine dell’intervento [a posteriori: non ci sono riuscito, ovviamente]).

Avevo fatto un video a me stesso anche durante questo mese orribile, tra l’altro, che testimoniava la mia condizione disperata, ma non ho le conoscenze adatte (come al solito) per metterlo qui. Rimarrà nella cassettina della telecamera.

Tornando alla storia dei capelli, sarò l’ultimo a cedere, insomma. Del resto, tuttavia, io ho perso in partenza, non avendoli mai una sola volta portati slegati per più di un minuto e mezzo. Posso ben dire, in fondo, che i capelli non me li sono mai fatti crescere.

 
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